LE PAROLE HANNO UN PROFUMO

     

 


 

 

             
             
             
             
             
             
             
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      «Non c’è bruscolo di tempo/
       né di spazio /
       che non meriti per sé infiniti poemi/
       Che già in sé non li sia»./

                                                                 [ Andrea  Zanzotto ]  
 

     
             
             
             
             
     
     
     
     
     

  
 

 

           
           
           
           
           
           
      Durante gli anni dell’Università, K. saliva piuttosto spesso sul treno. Addirittura il primo anno lo trascorse per intero da pendolare sul percorso che univa la sua città al capoluogo.

Ogni mattina, poco dopo le sei, entrava in stazione e all’arrivo del treno, svelto, s’affrettava a trovare posto, andandosi a sedere preferibilmente accanto al finestrino. Gli capitava così di utilizzare quell’ora abbondante che lo separava dall’arrivo, per immergersi nei pensieri più disparati.
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Era la sua ora d’aria, la sua ora di libertà assoluta, fuori dagli impegni e dagli obblighi. In quell’ora si sentiva leggero e libero di srotolare il gomitolo dei pensieri più insoliti. 

   
           
           
           
           
           
           
           
      Gli occhi come attratti da una calamita scivolavano presto sul vetro e poi oltre, a contemplare il paesaggio che scorreva veloce. La pianura si allungava fino a perdersi nella nebbia. Gli piaceva allora risalire con lo sguardo gli alberi per scorgere fra i rami spogli, i nidi. Lo stregavano quei rami che si protendevano contro il grigio del cielo e quelle macchie scure che indicavano la presenza dei nidi, ormai vuoti.       
           
           
           
             
           
           
           
     

I rami sottili, esili, incisi come dentro un dipinto. Come un paesaggio di Bruegel…quei panorami invernali che tanto gli erano piaciuti durante le ore di disegno. Ricordava distintamente un libro con le riproduzioni delle opere di Bruegel il Vecchio: "Il ritorno dei cacciatori", "il paesaggio invernale", "la neve", …

Da bambino aveva un libro illustrato che raccoglieva le riproduzioni di quadri famosi fra cui i dipinti di Bruegel, quelli che lo avevano catturato più d’ogni altra cosa. 
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Così ora nel guardare la pianura ormai preda dell’inverno e gli alberi che si stagliavano contro il cielo e la nebbia, gli sembrava d'essere dentro un’opera del pittore fiammingo.

   
           
           
           
           
            
           
           
           
      S’accorgeva, in quei momenti, seduto accanto al finestrino, di essere sospeso fra due luoghi, fra la contemplazione del paesaggio e della pianura e  un’altra dimensione: quella delle conversazioni, dei dialoghi, delle parole che i viaggiatori si scambiavano o scambiavano con lui…    
           
           
           
           
           
           
           
           
     

Si vedeva seduto sul margine di quei due spazi.
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Da una parte i pensieri, le sensazioni che gli arrivavano dal paesaggio esterno e dall’altra, l’ascolto delle conversazioni che il viaggio in treno, gli offriva.

Gli veniva naturale scrutare i visi dei viaggiatori, i loro gesti, ascoltarne i dialoghi. Immaginare le storie dietro le parole. E osservare le ragazze, i visi assonnati delle ragazze che salivano alle stazioni successive alla sua.

In quei tratti, nella dolcezza dei lineamenti, nella gentilezza delle battute scambiate, K. trovava il trampolino per immaginare la vita di quelle persone, quella che era accaduta, prima di quel treno e  quella che sarebbe seguita, una volta giunti a destinazione.

   
           
           
           
             
           
           
           
      In quei momenti si accorgeva di poter entrare come in una sorta di film in cui era possibile muoversi liberamente in avanti e all’indietro.
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Pensava  alle situazioni da cui provenivano quei viaggiatori. L’uomo con la valigetta e le sue carte da leggere con meticolosa attenzione. La ragazza che sedeva assorta, ascoltando la musica da invisibili auricolari, coperti com’erano dalla massa dei suoi capelli lunghi. L’altra, a fianco che aveva abbracciato a lungo il ragazzo che l’aveva accompagnata in stazione, e poi quella che da sola, con l’esile trolley era giunta dal centro fino al binario. La signora che si aggiustava il trucco e leggeva nervosa il giornale. La ragazza che continuava ad allungarsi le maniche del maglione, più grande di lei, fino a farsi scomparire le mani dentro il caldo della lana.
   
           
           
           
            
        

 

   
           
           
     

K. fissava quei visi, quei gesti, e cercava di intuirne i pensieri, i sogni, d’intravedere le situazioni che le attendevano, una volta scese dal treno.

Prese, in quei mesi,  ad impiegare il tempo delle attese e dei viaggi per  scandagliare quel territorio, le persone, le loro conversazioni, i gesti, conscio che tutto ciò, in fondo componesse, un nuovo paesaggio: un paesaggio umano. E che quello, come l’altro, fuori dal finestrino, fosse degno di cura, di dedizione.
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I volti,  le parole, le battute scherzose, i dialoghi che illuminavano il treno lanciato sul margine della nuova giornata che stava arrivando, lo catturavano, suscitandogli  una naturale simpatia. 
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Iniziò allora ad immergersi, sempre più a suo agio e a lungo, nella contemplazione di quel paesaggio di voci e nelle  storie che raccontavano. Lo ammaliava l’accento straniero. L’intonazione sommessa di certe frasi pronunciate come se si stesse parlando a sé stessi, la carica d’allegria e sfrontatezza di certe conversazioni, a cui prendeva parte assieme agli amici. 

   
           
           
           
             
            
           
           
      Gli anni dell’Università scandivano quel passaggio.
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Ampliare l'orizzonte. Imparare a guardare i colori, il disegno del mondo, andare a scoprire, una ad una, le mille sfumature che stanno dentro una fuga d’immagini da un finestrino, ma anche imparare a vedere quell’altro territorio, quello racchiuso nel  conversare di tutto e di niente, nel dire parole, nel raccontarsi storie di sè o degli amici, brevi spezzoni di vite adagiate solo per un attimo sui sedili dello scompartimento 
   
           
      Fino ad allora gli era piaciuto imparare la trama delle strade, il reticolo dei campi, le onde delle colline azzurrognole e la linea dei filari a dividere i campi.  Imparare a scovare l’incantevole solitudine di certi cortili ormai spogli, dove ancora fioriva la rosa o fiammeggiava il melograno. Imprimersi nella memoria l’alternanza dei campi arati e l’erba dei prati. Il contrasto fra il verde e l’asfalto delle strade.
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Ma quel suo uscire dalla città d’origine, marcava ora, la nuova passione: ascoltare le storie che i suoi compagni di viaggio erano. Accostarsi all’indagine del  linguaggio. Imparare l’alfabeto non scritto dei gesti. Studiare quella tela di ragno lucente che è ogni tipo di comunicazione.
   
           
           
           
     

 

 

   
      – o – o – o – o – o – o – o – o – o –    
           
           
           
           
      Oggi, che era un giorno di fine ottobre, fatto di nuvole e sole, K. si ritrovò a ripensare a tutto questo, mentre attendeva che lo schermo del suo portatile prendesse vita.
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Il suo leggere siti e blog, il suo chattare, improvvisamente gli si rivelò per quello che era. L’evoluzione di quel suo impulso di allora. Di quella sua naturale inclinazione ad ascoltare la storia che ogni persona, per il solo fatto di esistere, narra.
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Mentre rifletteva, gli apparve chiara,  ad un tratto, anche una nuova certezza. Una storia non è composta soltanto di fatti, di eventi, di parole, di domande e risposte, di un prima e di un dopo. 

Una storia è fatta di una sostanza impalpabile.
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Ogni testo, ogni blog, ogni racconto col quale veniva in contatto era come quella folla di viaggiatori infreddoliti che ogni mattina sul treno osservava con inspiegabile affetto.    
   
           
     

Ognuno, raccontava una storia, ma ognuna, diversa. La cadenza, il ritmo, il tono,  i suoni e i silenzi di quel conversare non erano uguali. Lo riempiva di meraviglia  il diverso modo di raccontare il proprio camminare dentro i giorni.

Le parole potevano essere intrecciate in mille modi, ma alcuni di questi  lo risucchiavano più di altri, perché si facevano “storia”. Lo ghermivano dentro un invisibile vortice come solo la musica sapeva fare. 

Mentre leggeva, non si sa da dove, non si sa perché, gli venne in testa una frase:
“…perché le parole hanno un profumo…
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Trasportano battiti, sogni, sorrisi, attese, sgomenti, ironie…

   
           
        Hanno un profumo le parole.

Come le persone.

Colte nell’attimo, nella pausa breve e meravigliosa che precede il futuro. 
   
           
           
 
                                                   [ k ]    
           
           
           
           
           
           
           

   

 

 

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IL COLORE DEL VENTO


  

 

 

               
               
               
               
               
               
        “Mi hai vista?”       
               
        “Sì, ti ho vista.”       
               
        “E quando ?”       
               
        "Un giorno d’autunno non diverso dai precedenti”       
               
        “E come mi hai vista?       
               
       

“Ti ho vista, in mezzo alla folla…
Ti ho vista mentre rincasavi guidando nel traffico. Quel fiume che scorre per la città, mentre su in alto s’accendevano le finestre dei palazzi, quasi a prendere posto nella sera.
Ho visto il tuo sguardo appannarsi, le luci sgranarsi, il paesaggio divenire un vetro su cui la pioggia disegnava macchie di colori e contorni. E ti ho vista, più tardi, affacciata a guardare la distesa di case e di strade. 
Ti ho visto alla finestra col vento in faccia, quel vento che spazzava l’intera città, mentre fissavi il cielo e muta parlavi ad una parte di te che non è mai morta e ti vive dentro. 
Ho visto per un attimo ciò che ti portavi come un peso. Nel tuo sguardo c’era qualcosa che non apparteneva a quella città, a quelle strade. Qualcosa che proveniva da molto lontano. Intatto. Qualcosa che ti apparteneva più d’ogni altra cosa”.

     
               
        “E cos’era?”        
               
        Qualcosa che non ha un nome. O se vuoi nominarlo puoi solo approssimarlo, sfiorarlo, accarezzarlo con altre parole, che dicano qualcosa di molto prossimo a ciò che ti porti dentro.        
               
        “E tu prova a chiamarlo allora. Voglio ascoltarlo da te e capire se quelle parole somigliano a ciò che ascolto, quando sono da sola. A ciò che mi fa continuare a vivere, a lavorare, a respirare, perfino a ridere insieme a quella persona che ho dentro e che m’accompagna nelle strade.”        
               
       

“Puoi chiamarlo destino, puoi chiamarla inquietudine, puoi chiamarla speranza o tenacia…soprattutto puoi chiamarlo dolore e insieme impossibilità alla resa. Ognuna di queste parole sfiora quel grumo che hai dentro.  Sai, ci si nasce così, e ad un punto, ad una curva della vita, quando il paesaggio attorno a te muta, all’improvviso te ne rendi conto: sei diversa.
L’hai sempre saputo di essere diversa, vero?”

     
               
        “Sì. Questo sì…
Ma voglio capire… Cosa intendi quando dici a una curva della vita?”
 
     
               
        “Dico che nel viaggio che facciamo ci sono punti di svolta, come curve di una strada che percorri verso il mare. Tu il mare non lo vedi. Ci sono montagne da attraversare per arrivarci. La moto segue i tornanti, e tu respiri l’attesa. Poi ad una curva il paesaggio muta di colpo. Si apre. La strada per un attimo spiana, e tu, pur non vedendolo ancora il mare, lo senti, lo annusi, cambia il profumo dell’aria, la luce stessa non è più quella di prima.        
               
        “Ma quand'è che arriva questo punto di svolta?”         
               
       

“Per ognuno è diverso… Può essere cambiare città, cambiare lavoro, o viaggiare e attraversare un paese straniero. Ma può essere un dolore, un lutto. Arriva un segno che ti spiazza e ti costringe a fare i conti fino in fondo con chi sei e con quello che vuoi veramente. Quel trauma fa di te proprio te. Al di là di ogni possibile confusione che fin lì hai avuto riguardo a te stessa.

Da lì in poi sai che sei diversa e che lo sarai per sempre e che non puoi adagiarti in ciò che gratifica la maggior parte delle persone. Nelle mille idiozie di cui la gente si riempie la testa”

     
               
        “Vuoi dire che riscopri quello che avevi dimenticato di essere?”        
               
               
               
                
               
               
               
       

“Anche. Ma in realtà tu lo sapevi da sempre, com’eri e chi eri…non te ne eri dimenticata. Tu avevi semplicemente preso per buono quello che gli altri s’aspettavano da te. E questo ti frega perché ti rinchiude in una prigione invisibile. Tu pensi di poterti adattare, di poterci stare anche bene ma poi comprendi infine quanto sia angusta la cella e soffocante quell’aria. In quei momenti, in quella svolta che ti capita, inizi a scoprire la tua libertà.
Cominci a imparare che stai bene soltanto quando segui la voce che hai dentro. E non te ne fotte nulla delle feste, dell’uscire, dell’andare fuori per farsi vedere.

Scopri che tutto ciò che ti serve è fare ciò che vuoi tu, non seguire una strada solo per gratificare qualcuno. Non devi più vivere in funzione di altri. Anche se costa tanto… Mi capisci?  Mi segui in questo?

     
               
        “Credo di avere capito. Forse in questi anni ho ascoltato soltanto a tratti la mia voce. Solo ad intermittenza, mi sono messa in discussione per seguirla”        
               
        “Certo. E’ questo. Per ognuno, la strada ha tempi diversi, ma poi arriva sempre il momento in cui comprendi dove starebbe la tua serenità, la tua felicità, se solo seguissi con costanza e determinazione la tua voce, senza più deviazioni, senza più tornare all’indietro”       
               
        “Dimmelo ancora una volta…Come hai fatto a vedermi?”        
               
        “Ti ho visto perché avevo occhi, orecchi, antenne. Ti ho visto perché, forse, ho un cuore impavido”         
               
               
 “Perché tu e non un altro?"  
               
       

“Questo non lo so. So soltanto che ho voluto vedere. Ascoltare.  Perché in quello che vedevo e ascoltavo di te, vedevo me e il percorso fatto fin qui. I mille tornanti, i miei stessi dubbi, la sofferenza. Perfino la medesima presenza di un lutto. Ti ho vista perché mi sono guardato. Ti ho vista perchè ho guardato nel vento e ne ho riconosciuto il colore."

     
               
               
                   [ k ]      
               
               
               
               
               
               

   

 

THE MARSHMALLOW TEST

   

 

                             
                             
                             
                             
                             
                             
             

L' «esperimento delle marshmallow» è uno dei più famosi esperimenti di psicologia comportamentale  e il più lungo di cui si abbia notizia. Fu messo a punto,  negli anni Settanta, da Walter Mischel a Stanford.
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L'esperimento è semplice: un bambino di 4-6 anni viene messo di fronte ad un piatto con una marshmallow (evviva lo zucchero!) e, un'altra, gli viene promessa, se non cede alla tentazione di mangiarsi immediatamente, quella che ha sul piatto davanti a sè

Il video di questi bambini, tutti  impegnati a resistere, è semplicemente uno spasso: imperdibile!
Lo metto in fondo, così che possiate farvi qualche risata davanti alle loro fantastiche espressioni !

Molti bambini mangiano la caramella all'istante, altri aspettano incredibilmente, anche dieci, quindici minuti.
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Per due motivi l'esperimento può essere ritenuto, a ragione, il più lungo del mondo. Il primo, sicuramente è che quei minuti di fronte alla caramella devono essere stati interminabili per questi bambini. Il secondo,  è che i risultati più significativi dell'esperimento hanno richiesto molti anni. 

Negli anni successivi, infatti, Mischel ha avuto l'idea di monitorare gran parte dei seicento bambini del suo esperimento originario mentre diventavano adolescenti, e quindi adulti, misurando attraverso opportuni questionari i diversi aspetti del loro carattere e il loro  andamen-to scolastico.

Uno studio longitudinale da cui, a quattordici anni di distanza (cioè quando ormai i bambini erano quasi maggiorenni), è emerso che coloro che erano capaci di esercitare un controllo sugli impulsi immediati, risultavano anche avere risultati scolastici migliori (vi è una correlazione positiva tra i minuti attesi prima di mangiare la marshmallow e il punteggio conseguito nel Sat, il test per l'ammissione all'università).

Al contrario, i più irresistibilmente golosi avevano più probabilità di sviluppare problemi comportamentali, godevano di bassa autostima e venivano visti dagli altri come testardi, frustrati e invidiosi (in media avevano punteggi al Sat, inferiori di 210 punti).

             
                             
                             
                             
                             
                             
                             
                             
              Due quesiti restavano aperti: la capacità di autocontrollo è una caratteristica individuale innata o può essere appresa? Tale capacità si esprime anche in termini di differenze neurobiologiche cerebrali?

Per rispondere a queste domande, si sono studiati allora, quegli stessi individui, oggi quarantenni, sottoponendoli ad un nuovo e più complesso esperimento, simile all'originale, ma adeguato all'età (chissà come avrebbero reagito di fronte alla stessa caramella!).

In questo caso, i soggetti posti di fronte a un schermo dovevano inizialmente, premere un tasto quando appariva una faccia di uomo o di donna. Questa era la fase iniziale. Dopo qualche minuto veniva chiesto loro di premere il pulsante quando appariva una faccia sorridente o triste.
Quindi si passava alla fase "calda", l'unica che interessasse veramente, in cui si chiedeva loro, di non premere il pulsante quanto vedevano una faccia sorridente.


Questa era la nuova "condizione marshmallow" in quanto occorre un momento di riflessione e controllo per resistere all'impulso di premere il pulsante alla vista di qualcosa di attraente, nello specifico, un sorriso.

Ed è proprio in questa condizione che coloro che da bambini si avventavano sulla marshmallows, sono anche coloro che commettono più sbagli da adulti. Il che mostrerebbe che la capacità di controllare gli impulsi è una caratteristica individuale relativamente stabile negli anni.
Attraverso l'imaging cerebrale si è potuto osservare inoltre che questa stessa capacità è identificabile a livello di correlazioni neuronali. Le aree coinvolte sono principalmente due: lo striato ventrale, centro della ricompensa che intercetta quanto ci dà più immediatamente piacere (sesso, droga e …marshmallows), ed è  noto per essere coinvolto nel gioco d'azzardo patologico e nelle dipendenze; e la zona inferiore del lobo frontale, implicato nell'inibizione di comportamenti indesiderabili.


Gli adulti che hanno risultati peggiori in termini di autocontrollo mostrano "una esagerata attivazione del tessuto striato" e un "insufficiente sensibilità del giro frontale inferiore".

Come a dire: la marshmallow è troppo buona e non so dire di no !
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Così  imparare a farlo in quarant'anni, se non lo si sa già fare a quattro, è un problema che anche l'esperimento più lungo del mondo non ha ha proprio saputo risolvere.

L'altro risultato che mi ha colpito, ma non sorpreso, è il comprendere come chi sa attendere, chi sa gestire l'attesa (senza sclerare),  in fin dei conti possiede una specie di "vantaggio psicologico innato".  

Questa conclusione – lo devo ammettere – mi suona tanto come una conferma. Saper attendere è una dote che si lega, ad un vero e proprio insieme di qualità umane e psicologiche non trascurabili.

Voi che ne pensate?

(però prima godetevi il Video,  poi se volete… rispondete…
Naturalmente smangiucchiandovi una … Marshmallow ,  ovvio !
)

             
                             
                             
                             
                             
                             
                             
                             
                             

 

     
 

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Film: TERRAFERMA

 

  

 

 

 

                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                   

Je n'ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu'on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien là
Le vent nous portera

Ton message à la Grande Ourse
Et la trajectoire de la course
Un instantané de velours
Même s'il ne sert à rien va
Le vent l'emportera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera
K
La caresse et la mitraille
Et cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D'hier et demain
Le vent les portera

Génetique en bandouillère
Des chromosomes dans l'atmosphère
Des taxis pour les galaxies
Et mon tapis volant dis ?
Le vent l'emportera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

Ce parfum de nos années mortes
Ce qui peut frapper à ta porte
Infinité de destins
On en pose un
et qu'est-ce qu'on en retient?
Le vent l'emportera

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J'emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi..
Le vent les portera
Tout disparaîtra mais
Le vent nous portera

.
Non ho paura del cammino
vedremo, bisogna assaporare
la parte più oscura e profonda di noi 
E tutto andrà bene
Il vento ci guiderà
 
Il tuo messaggio all'Orsa Maggiore
e la traiettoria del viaggio
Un'istantanea di velluto
Anche se non servirà a nulla
Il vento lo porterà con sé
Tutto scomparirà ma
Il vento ci guiderà
 
La carezza e la mitraglia
E questa piaga che ci tormenta
Il palazzo dei giorni andati
Di ieri e di domani
Il vento li porterà con sè 
 
Genetica in balia
Dei cromosomi nell'atmosfera
Dei taxi per le galassie
E il mio tappeto volante?
Il vento lo porterà con sé
Tutto sparirà ma
Il vento ci guiderà 
 
Questo profumo dei nostri anni andati
Questo che può bussare alla tua porta
Infinità di destini
Ne lascio uno
e cosa ne rimane?

Il vento lo porterà con sé 
 
Mentre sale la marea
E ognuno fa i propri conti 
Me ne vado nel cuore della mia ombra
Polveri di te…
Il vento le porterà
Tutto sparirà ma
il vento ci guiderà
         
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 

 

 

 

 

 

 

 

                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                    Domenica sera ho visto in seconda visione il film di Crialese già apprezzato in "Respiro" e "Nuovo mondo". 

Ancora una volta non ho potuto che constatare come Emanuele Crialese   sia uno dei pochi registi che usa in modo scientifico in tutti i suoi film,  un formidabile attore protagonista: il mare
 
Ma non posso parlare di questo suo ultimo lavoro, senza partire da una premessa: il concetto di "
terraferma".
 
Sgomberato il campo dall’idea che la terraferma del titolo sia un concetto geografico o un luogo fisico, occorre cercare fin da subito di identificare a quale immaginario il regista voglia indirizzarci.
 
Cos’è infatti al di là dell'intreccio narrativo o delle situazioni rappresentate, la “
terraferma” a cui rimanda continuamente il film?
 
Non è il continente europeo contrapposto ad una piccola isoletta del Mediterraneo a cui molti recensori del film credono di potersi appoggiare per leggere il contenuto del film.

No, “Terraferma” è invece l’insieme di sicurezze, di convinzioni, di punti fermi a cui tutti, aspiriamo. Soprattutto oggi. Soprattutto in questi anni, in cui tutto pare invece corrompersi e soccombere, inghiottito da una marea di dubbi, incertezze e interrogativi sul nostro domani. 

Terraferma diventa allora un mito. Una terra leggendaria. Un paese collocato al di là del nostro orizzonte, del nostro modo di vedere,  delle nostre fragili certezze. E così il film si innalza a  metafora potentissima di questi nostri anni e della nostra “orfanezza”di futuro.

Tutto il racconto ci viene a mostrare molteplici situazioni in cui a nessuno dei protagonisti è permesso di restare ancorato a presunte convinzioni fisse e inamovibili

Non lo è, ai pescatori dell’isola a cui la pesca ora riempie le reti di corpi di clandestini stremati o di cadaveri di chi non ce l’ha fatta.

Non lo è ai migranti che estirpati dai luoghi d’origine s’avventurano nel viaggio, giocandosi ai dadi la vita. Lasciando case, lingua, costumi, affetti, per un lontanissimo Occidente: sconosciuto e spietato.
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Non è lo è, a Filippo, il ragazzo nativo dell’isola che finora ha conosciuto soltanto il regno del mare e della Natura. Non gli è più consentito nascondersi nell'irresponsabilità davanti alle scelte della vita, alle relazioni che l'aspettano, e, molto più drammaticamente, davanti alla scelta di salvare delle vite indifese o lasciarle affondare in fondo al canale di Sicilia.
 
E’ un film pieno di movimento, di movimenti, non c’è nulla che rimanga immobile, fermo, al riparo da questo tempo nuovo, nemmeno la legge del mare che da millenni sancisce la solidarietà fra i diseredati del mondo: naufraghi e pescatori.


Ora no. Tutto ritorna in discussione. Ora e’ un tempo nuovo dove le leggi fatte dagli uomini arrivano a colpire ogni possibile legame umano in nome di una presunta economia da preservare. Il turismo dell’isola, la residua possibilità di pescare. Tutto viene messo a repentaglio da un’invisibile muro edificato da altri esseri umani. Il muro del pregiudizio.
 
E allora le scene si riempiono di movimenti di andare e tornare, di turisti che  arrivano dal traghetto come una spensierata invasione, contrapposta a quell’altra,  drammatica e funesta: la marea di profughi che arriva di notte da Sud.

Non ci sono posti al riparo, non ci sono fortini da preservare. Anche l’anziano pescatore che decide di salvare i clandestini presi a bordo della sua imbarcazione, non ha più punti fermi, naviga a vista, giorno per giorno, guidato soltanto dal suo istinto di protezione verso i più deboli ma esposto alle rappresaglie dell’autorità.

Ma se questo intreccio di movimento di maree umane e marine da origine ad un film di estrema incisività, c’è anche una sorta di visionarietà a renderlo aspro e abbagliante come un sogno.

La splendida fotografia, le scene girate sui fondali disseminati di oggetti personali dei profughi e di mille rifiuti abbandonati dai vacanzieri, quel subacqueo silenzio assordante che amplifica i sensi, quella pioggia di corpi che si tuffano in acqua ripresi dal basso, fino alla interminabile scena finale con il viaggio notturno della vecchia imbarcazione lanciata verso un’ipotetica “terraferma”, danno il senso di una disperata speranza, di un estremo, inevitabile slancio  verso un nuovo approdo.

Una mitica Itaca da ritrovare o forse una rotta verso altre Colonne d’Ercole, quale soglia di un nuovo Umanesimo da rifondare?

Un film da vedere assolutamente.

Per restare infine, senza fiato, incollati alle poltrone, mentre scorrono i titoli di coda e risuona la splendida versione di Sophie Hunger di "Le Vent nous portera".   

           
                   

 

           
                    [ k ]            
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 
                                 

 

 

LO SGUARDO DELL'ANIMA


  

 

                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                    Il vero amore
è come una finestra
illuminata
in una notte buia.
Il vero amore
è una quiete
accesa.

  
                   
                                         
                                              [G. Ungaretti]                    
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                         
                                               

 

METAFORE…

 

 

             
             
             
             
             
             
      AUTUNNO      
             
             
     

Stava arrivando l’inverno. Le giornate limpide gli portavano un cielo sempre più cristallino e distante. Sugli alberi avvampavano colori: i colori del tramonto. 

L’intero mondo tramontava in quei giorni. E lui, quasi saggio, non si sottraeva a quel gioco.

Aveva preso ad amare l’inseguirsi delle stagioni. Quel ricorrente cambio di quinte sul palcoscenico innalzato davanti ai suoi occhi.

Di nuovo era giunto quel momento. L’autunno, la dolce malinconia dei mattini, la carezza pomeridiana del sole sempre più lenta ed estenuata sui prati, la voglia di restringersi in un angolo come il seme che si rinchiude nell’oscurità della terra. Il ricercare angoli in cui rintanarsi. Anelava ora al distacco dalla passione furente dell’estate.

Ripensava ai corpi abbracciati in quell’estate lunghissima ed ebbra. Corpi febbrili, accaldati, a cui il suo, aveva donato ulteriore incandescenza…
Gli amplessi, gli intrecci di gambe e di braccia che, quasi con disperazione annaspavano nell’aria e dentro i letti, in cerca di ciò a cui nessuno giungeva. Come un dibattersi d’insetti contro un vetro. Contro quel vetro di spietata trasparenza che attraversava il tempo nitido dell’estate.


Così, dopo tutto quel chiarore, adesso, era bello cercare la morbidezza delle nebbie, le albe lattiginose, i paesaggi sfumati, i contorni evanescenti, e poi tutto quell’oro che colava copioso sui pomeriggi d’ottobre.

Si soffermava a considerare i giorni dell’estate e scorgeva in quei gesti del recente passato, in quegli incontri, la genuinità dell’infanzia. La semplice aderenza all’istinto. Il lasciarsi guidare dai sensi.

Erano state giornate furenti, dominate dalla vampa del sangue. E di nuovo la sua memoria sensoriale riviveva il fresco delle lenzuola contrapposto al calore della pelle. La furia inesausta del cercare nel corpo a corpo e nella carne dell'altra, la chiave che aprisse la porta di quella cella in cui troppo spesso, gli era sembrato di starsene rinchiuso a vivere.

Il tempo dell’estate aveva scandito la voglia di fuggire da quello stesso suo modo di essere. Il tentativo, in fondo, di liberarsi dal suo io. L’istinto di avventurarsi più oltre, di osare l’inosabile, di navigare quel mare di fiato, sudore, delirio, passione… Addentrarsi in quel crescendo di grazia e piacere per trovare la soglia di un’altra dimensione.

L’estate era trascorsa in quella tensione inappagata.
Spesso i corpi avvinghiati come un solo essere, avevano bussato a quella soglia. Vi si erano affacciati ripetutamente. L’estasi condivisa, il silenzio vibrante che succedeva al piacere, a lungo inseguito e improvvisamente raggiunto, li aveva più di una volta tramortiti, lasciandoli ad occhi aperti, stremati ed immobili, stupiti che quell’uscio si fosse per un attimo socchiuso.

Adesso i mattini trascorrevano in un silenzio irreale. Dai campi la foschia vaporava e scontornava i profili di tutte le cose.

Era giunto il tempo di amare il mondo per la sua morbidezza, per la sua fragilità, per la sua confusione.

Le nuvole che correvano in cielo e le foglie dorate sui prati e sugli alberi gli svelavano come un miele prezioso, da distillare poco a poco, il più semplice e antico dei misteri.

     
             
             
           [ k ]      
             
             
             
             
             
             
             

 

 

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LIBERTA' E GIUSTIZIA

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            " Dove tutti mentono riguardo a ogni cosa,
colui che dice la verità, lo sappia o no,
ha iniziato ad agire "
           
                         
            [ Hannah Arendt ]            
                         
                         
                         
                         
                         
                         
                         

 

     
     
 

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